I
Latini chiamarono Vmbrī
una nazione indeuropea abitante nell’Italia centrale, la cui lingua
ci è nota soprattutto dalle Tavole iguvine. Come costoro nominassero
sé stessi non ci è dato sapere: il nome latino viene dal greco
Ὄμβροι oppure Ὀμβρικοί, accostato al sostantivo
ὄμβρος che signfica "temporale" e corrisponde al
latino imber,
imbris. L’etimologia
di questa parola è discussa: Paul Kretschmer, seguito da Gabriele
Devoto, ritenne la base Umru-
non indeuropea, e credette di ravvisarne un legame col termine che
designa l’ambra (il latino mediano ambar,
ambaris
viene dall’arabo canbar
عنبر).
Secondo Kretschmer, inoltre, essa può essere congiunta sia col
toponimo inglese Northumbria e col potamonimo Humber,
sia coll’etnonimo Ἄμβρωνες, che Plutarco citò a proposito
d’una popolazione germanica la quale nel II secolo a.C. viveva
tralle isole Frisone e la terra degli Iuti, confinando coi Cimbri, il
cui nome palesa una certa qual consonanza, ed i Tèutoni.
I
Cimbri ed i Teutoni, cui s’aggiunsero, secondo la sola
testimonianza di Plutarco, gli stessi Ambroni, compirono grandi
scorrerie in Europa, fino a quando, dopo alcune vittorie, nel 102
alle Acque Sestie non furono sconfitti dai Romani e, quasi sterminati
da Gaio Mario, ricacciati lontano. Questi popoli erano considerati
Germani e nemici dei Celti, i quali con Roma s’allearono contro di
loro: se sull’origine germanica de’ Teutoni havvi pochi dubbî,
in quanto ai Cimbri si puote imaginare perlomeno una mescolanza coi
Celti, sia pella somiglianza col nome dei Gallesi (Cymru)
sia pel nome del loro capo Boiorige, evidentemente celtico; per
quanto concerne gli Ambroni, va detto che il prefisso Amb-
è molto comune negli idiomi celtici.
Plutarco
(Vita di Mario,
10, 5-6) racconta un fatto strano: prima dell’inizio della grande
battaglia succitata, gli Ambroni, com’era costume delle nazioni
celtiche, urlarono ripetutamente il loro nome, ed i Liguri ausiliarî
dei Romani, sorpresi nell’udire un nome etnico uguale al proprio,
risposero col medesimo grido. Ciò induce a pensare ad un’origine
comune, o almeno ad un legame seriore, piú che ad un caso
d’omonimia.
Lo
spostamento geografico d’un toponimo non è un fatto sorprendente,
anzi è consueto nella storia: si pensi, per quanto riguarda la sola
area italica, alla Iapigia, corrispondente all’odierna regione
amministrativa denominata Puglia, che fu abitata dalle tribú
illiriche dei Dauni, Peucezî e Messapî, i quali vissero nella parte
meridionale. Da costoro il Salento fu poi chiamato proprio Messāpia,
quindi prese il nome di Calabria,
mentre Sālentīnī
furono detti gli abitanti della sola zona di Leuca; nel frattempo la
parte settentrionale, in cui s’era diffusa la lingua osca, assunse
il nome di Āpūlia.
In quella che oggi è appellata Calabria, d’altro canto, vivevano i
Bruttiī
o Brettiī,
che non avevan neinte che fare col moderno Abruzzo, ma era ivi
fors’anche una contrada anticamente detta Italia,
la sorte del qual nome non abbisogna di troppe parole.
Or
bene di recente ha dimostrato Adolfo Zavaroni che gli antichi
abitanti del Frignano, ritenuti Liguri già da Tito Livio (XXXIX, 2),
nominavano sé stessi Ombri
od Umbri
secondo le diverse tribú: parlavano la medesima lingua delle
iscrizioni ritrovate in un’area vasta che abbraccia anche l’antica
Liguria e l’Appennino tosco-emiliano, pertanto possono essere
veramente considerati Liguri. Se poi si considera che, a parte lo
strano cane da caccia che Virgilio (Eneide,
XII, 753) chiama proprio umber,
come riferisce Plinio il Vecchio (VIII, 199) in latino umber,
umbrī
significa "incrocio di capra e pecora, caprone, pecorone",
verosimilmente legato a ibrida
attraverso iber
e imbrum
(citati da Ernout e Meillet), il significato di una divinità cornuta
della natura appare plausibile, come osserva Zavaroni, paragonandola
al Tuisto
germanico: precisamente un eroe eponimo, in seguito venerato e poi
deificato sotto forma di caprone; le corna, d’altra parte, sono
note esser ornamento dell’elmo ligure del II secolo a.C.
Che
gli Umbri/Ombri vivessero in un’ampia parte della Penisola Italica
settetrionale, almeno nel V secolo a.C., è testimoniato dallo
storiografo Erodoto, il quale, usando il suddetto vocabolo Ὀμβρικοί
(e non Λίγυες) in due passi delle sue Storie
(I, 94, 6; IV, 49, 2) li distinse dai Celti e dagli Etruschi, detti
anche Tirreni o Tirseni (dal nome del figlio del loro primo re) ed
emigrati dalla Lidia.
Coloro
che dagli antichi Romani erano chiamati Ligurēs,
e dai greci Λίγυες, in nessun’altra delle fonti antiche ha
tramandato un endoetnonimo: la radice del vocabolo greco-romano pare
essere Ligus-,
come si ricava dal nominativo Ligus
e dall’aggettivo Ligusticus
e
Ligustīnus,
o forse Ligusc-,
come l’aggettivo Liguscus
tramandato da Varrone pare indicare. L’etimologia è ignota: s’è
ravvisato il morfema -sc-
presente nei vocaboli basco
e guascone,
di medesima origine, ed etrusco,
e ciò potrebbe indurre a pensare ad un’origine preindeuropea; Lig-
d’altro canto è presente nel gallico *liga
"fango, limo", donde Liger
"Loira": qui si torna in ambito celtico, e in quanto a ciò
ben si conoscono i rapporti stretti, anzi perfino fenomeni di
mescolanza, tra Liguri e Celti in epoca romana.
Gli antichi Liguri, secondo gli
storiografi greci, occuparono un vastissimo spazio in Europa,
compreso fra la fascia costiera della Spagna meridionale insino al
fiume Arno in Toscana. Secondo la mitologia greca il loro re
maggiormente noto fu Cicno, ossia il Cigno, ed un elmo con l’effigie
del cigno, già citata nel suo poema da Virgilio circa Cupavone (X,
185 e seguenti) di quegli successore, è testimoniato da ritrovamenti
archeologici.
Che
il termine Liguri
sia estraneo agli usi della Liguria storica è dimostrato anche dal
fatto che nell’idioma locale neolatino gli abitanti chiamano sé
stessi Zenéixi,
e zenéize
la lingua, mentre il nome Lígyri,
anche nella forma ligurizzata Liggyi,
siccome lo stesso toponimo Ligyria
sono tutti cultismi letterarî. Nella formazione di codesta lingua
neolatina, inoltre, fu notevole l’apportamento del celtico
cisalpino: anche qui si conferma lo stretto legame tra Liguri e
Celti.
Si
puote dunque supporre, secondo me, che con tale etnonimo siano state
designate nazioni differenti, ed esso abbia assunto una valenza
talvolta geografica piú che rigorosamente etnica: una o piú
popolazioni mediterranee preindeuropee potrebbero essere state
chiamate Liguri,
e poscia, in virtú delle terre da costoro abitate, può darsi che
abbia assunto tale esoetnonimo, ad opera di altre nazioni come
appunto i Greci e i Latini, un’etnia indeuropea parlante l’idioma
da pochi anni interpretato dopo la scoperta delle iscrizioni su
pietra.
Questo ligure indeuropeo degli
Umbri/Ombri fu dunque parlato tra la Liguria storica, l’Appennino
ligure e l’Appennino tosco-emiliano: in particolar modo si sono
avuti finora ritrovamenti lapidei nel parco dei Beigua, tralle
province di Savona e Genova; in provincia di La Spezia;
nell’Appennino reggiano; nel Frignano e nell’Appennino modenese;
nell’Appennino pistoiese; in Garfagnana e nell’Appennino
lucchese; nell’Alpi Apuane. In quest’ultima zona l’antico idioma
potrebbe esser vissuto fino al X o XI secolo d.C., giacché il codice
Pelavicino dà notizia d’una strana parlata delle genti di quelle
valli in tale tempo: sarebbe la piú lunga sopravvivenza d’una
lingua italica prelatina.
Codesto antico ligure va
collocato tra le lingue indeuropee italiche orientali, insieme
coll’umbro delle suddette tavole, l’osco ed altri idiomi meno
noti; il latino, il venetico e il siculo appartengono al gruppo delle
lingue italiche occidentali. Queste mostrano maggiore vicinanza alle
lingue celtiche goideliche, quelle somigliano maggiormente alle
lingue celtiche brittoniche.
Dalle
iscrizioni ritrovate, numerose soprattutto nel Frignano, la di cui
morfologia mostra affinità eziandio col gallico continentale e col
leponzio, si deduce l’esistenza d’una forte coscienza nazionale,
pur disgiunta da una salda unione politica delle varie tribú: per
designare la causa nazionale e la cosa pubblica fu incisa la
locuzione OMBRA RES, antenata, a ben vedere, della gloriosa
Repýbbrica de
Zena.
Posto che, come la maggior parte
di glottologi, storiografi ed archeologi suppone, prima dell’arrivo
degl’Indeuropei (che sien giunti a ondate ovvero a lente
infiltrazioni) la Penisola Italica s’usassero lingue di diverse
famiglie, forniscono oggidí documenti soltanto tre idiomi li quali non
indeuropei paion da definirsi: l’enigmatica lingua della stele di Novilara (frazione
di Pesaro), e, quasi certamente, l’etrusco e il retico, due favelle
tra loro imparentate.

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